Il blog del corso di scrittura giornalistica I - Università di Cassino, facoltà di Lettere e filosofia

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lunedì 16 aprile 2012

Ricomincio dal titolo

Ricominciamo il nostro percorso dai titoli. A partire da una domanda: a che cosa serve un titolo? Semplice: a far risparmiare tempo al lettore. Come sappiamo infatti per leggere un intero quotidiano servirebbero all’incirca 5 ore mentre gli italiani, secondo alcune statistiche, dedicano a questa attività una ventina di minuti. Quando ci troviamo del resto a sbirciare sui giornali degli altri, in fila alle poste, in treno o sulla metropolitana… non buttiamo istintivamente gli occhi innanzitutto sui titoli?
Dialogo intertestuale
Il titolo rappresenta insomma un livello molto importante della fruizione che nelle testate on line diventa spesso l’unico: chi legge i giornali on line si sofferma quasi esclusivamente i titoli della home page. Attraverso il titolo i lettori possono capire di che cosa parla l’articolo, con quale “taglio” racconta una certa storia, e decidere se leggerlo o se sceglierne un altro. Il titolo insomma è il luogo della sintesi, nel quale si esprime il dna dell’articolo e si mette in evidenza il focus della notizia. Ma non solo. È soprattutto attraverso i titoli che i giornali “parlano” fra loro: è un livello del dialogo intertestuale fra le testate (e fra i media: spesso i titoli dei giornali cartacei vengono condizionati da quelli dei telegiornali, dialogando con loro…) sul quale si determinano le diverse istanze dell’enunciazione. Non per nulla già dal titolo è spesso possibile capire da quale punto di vista si racconta una certa storia, quale sanzione contiene, chi svolge il ruolo del soggetto o del destinante… E queste posizioni, da una testata all’altra, ma anche da un autore all’altro, come abbiamo visto possono cambiare radicalmente: un personaggio che in un certo articolo svolge la funzione del soggetto in un altro può diventare l’antisoggetto (ricordate l’esempio dei due articoli sulla Tav, uno pubblicato sulla Stampa e l’altro sul Manifesto?).

La morfologia
Vediamo innanzitutto la morfologia dei titoli. Di solito si distinguono tre elementi della titolazione: l’occhiello, il titolo vero e proprio e il sommario. Che differenza c'è?

  • l’occhiello si trova sopra il titolo ed ha una funzione marginale, presenta la notizia ma in sostanza rappresenta un completamento grafico della pagina. Gli elementi più importanti della notizia non si collocano certo lassù… Non per nulla nei giornali on line non viene quasi mai utilizzato ed anche in molti giornali della free-press, gli ultimi nati nella storia del “vecchio” giornalismo cartaceo, è ormai scomparso
  • il titolo vero e proprio espone invece la notizia: qui la storia viene narrata al più alto livello di sintesi, distillandone il senso ancor più di quanto non accada nell’attacco
  • il sommario chiarisce infine il significato della notizia e aggiunge altri particolari: nella catena di lettura viene subito dopo il titolo (difficilmente, dopo aver letto il, titolo, l'occhio del lettore torna in alto verso l'occhiello...).
Esiste inoltre, in alcuni giornali, il cosiddetto "catenaccio": un ulteriore elemento di titolazione, al di sotto del sommario, che specifica altri aspetti dell’articolo.

Senso della posizione
Dal punto di vista della semiotica, riprendendo quanto in questo caso raccontano Patrizia Violi e Anna Maria Lorusso ("Semiotica del testo giornalistico", Laterza 2004), il senso del titolo è determinato innanzitutto alla posizione che occupa nella pagina. Ovvero: se sta in alto, prima dell’articolo, il titolo avrà una funzione tendenzialmente anticipatoria rispetto ai contenuti; se sta al centro avrà la funzione di enfatizzarne e sottolinearne alcuni aspetti; se invece sta sotto, alla fine dell’articolo, la sua funzione sarà tendenzialmente quella di riassumere il contenuto e di esprimere un commento.

Immagini e narrazioni
Si possono distinguere inoltre titoli narrativi, iconici, patemici e interpretativi. Vediamo:
  • i titoli narrativi “raccontano” in maniera sintetica il focus dell’articolo e, proprio per svolgere questa funzione, contengono di solito dei verbi. Rappresentano in buona sostanza il riassunto, quasi nei termini del “microcontenuto”, della notizia e sono solitamente molto carichi di contenuto informativo.
  • i titoli iconici invece investono più su un effetto di staticità, si esprimono quasi in forma di slogan e si ispirano ad un’immagine. È una maniera di comporre i titoli più moderna, mutuata dalla pubblicità: non per nulla sono spesso iconici i titoli de “La Repubblica”, che è uno dei giornali formalmente più moderni del panorama italiano, o quelli (spesso molto provocatori) del “manifesto”. I titoli iconici sono di solito brevi e ovviamente nominali, rinunciano cioè al verbo. Prevedono inoltre che l’enunciatario (il lettore) condivida con l’enunciatore (l’autore del testo) alcune informazioni di fondo: si dà cioè per scontato che esista un terreno comune di conoscenze (quello che Umberto Eco chiama “enciclopedia”) sulla base delle quali quel titolo acquista senso.
  • Ci sono poi quelli patemici, centrati cioè sul contenuto emotivo della notizia, sul dolore o sulla gioia che suscita: ogni giornale, del resto, può scegliere con quale tonalità emotiva raccontare un fatto e nei titoli questa scelta, proprio per la loro visibilità, diventa particolarmente visibile. E proprio la crescente diffusione di queste ultime due categorie di titoli, quello iconico e quello patemico, dimostra come esista una tendenza generale dei media verso la spettacolarizzazione del reale, verso l’immediatezza del racconto visivo, che tende a fissare gli eventi nella memoria dei lettori attraverso emozioni forti… recuperando, come ci siamo detti diverse volte, alcune peculiarità della civiltà della comunicazione orale.
  • Infine, una quarta categoria è quella dei titoli interpretativi, grazie ai quali la testata giornalistica si colloca anche politicamente. In questo tipo di titoli si evidenzia la fase della “sanzione” che abbiamo individuato ragionando insieme a Greimas sulla struttura profonda della narrazione giornalistica. Sono titoli, questi ultimi, che aiutano insomma il lettore a leggere il senso della notizia che sta per leggere (o per non leggere… dipende dall’efficacia del titolo).
Siamo tutti titolistiQuesta maniera di catalogare i titoli non è l'unica. Umberto Eco individua, infatti, titoli “informativi” ed “emotivi”. Altri distinguono fra titoli enunciativi e paradigmatici: i primi raccontano un evento, ripercorrono la storia in estrema sintesi, mentre i secondi ne evidenziano un aspetto attraverso un’immagine. Ma come si costruisce un titolo? Proviamoci...
  • per comporre un titolo enunciativo potremo utilizzare le “parole chiave” che emergono dall’articolo, gli elementi e i personaggi principali, provando a comporli per narrare con grande sintesi la storia: sono titoli adatti soprattutto agli articoli di cronaca, nei quali si riferiscono spesso già nel titolo personaggi e dichiarazioni che poi si ritrovano all’interno dell’articolo (oggi su Repubblica.it: Ambiente, arrivano gli eco-incentivi per bici e ciclomotori non inquinanti)
  • per comporre un titolo paradigmatico invece dovremo cogliere un aspetto della notizia e portarla in evidenza attraverso una parola, una frase breve e nominale, l’evocazione di un’immagine… Una strategia utile soprattutto quando si compongono titoli per articoli di commento (come gli editoriali, i corsivi ecc.). Un esempio? Da "La Stampa" di pochi istanti fa: “Unipol, bufera intercettazioni”. In questo caso si evidenzia una morfologia di titolo assai diffusa: quella con la “parola chiave” incorporata. Ovvero: “Unipol” serve per collocare tematicamente la notizia, “bufera intercettazioni” la espone in termini nominali (con un effetto, direi, patemico).
Ma attenzione: tutto questo è soltanto un punto di partenza. Quella del titolo è una struttura flessibile, in continua evoluzione (nei giornali on line per esempio si stanno imponendo stili molto innovativi), che acquista senso soltanto se interpretata, al di là delle regole e degli schemi, con fantasia, coraggio e senso della divergenza. Un po’ come tutto il resto del giornalismo…

domenica 27 giugno 2010

Oggi parliamo… dei titoli


A che cosa servono i titoli? Semplice. A fare in modo che i lettori risparmino tempo nella selezione dei contenuti. Basti pensare che per leggere un intero quotidiano occorrerebbero circa quattro ore, invece in media gli italiani dedicano 20 minuti alla fruizione del giornale. La scelta, al di là delle notizie “strillate” in prima pagina, avviene innanzitutto sulla base dell’argomento: ad alcuni lettori interessa in prima battuta la cronaca, ad altri lo sport, ad altri ancora gli esteri… Poi, una volta che si comincia a sfogliare il giornale, compiendo un altro passo verso le storie collazionate al suo interno, entrano in gioco i titoli che rappresentano innanzitutto dei “punti di ancoraggio” visivo per chi legge: i titoli svolgono in qualche modo una funzione simile a quella delle immagini, intorno a questi elementi si articola l’organizzazione plastica della pagina, i lettori leggono il sistema dei segni verbali come fosse una “mappa” e cominciano poi a decodificarne il significato. Fra le ragioni che spingono i lettori verso una direzione o l’altra ci sono infine i “tipi di contenuto”, vale a dire gli articoli di cronaca, le fotonotizie, le interviste, i reportage… Anche questo fattore influenza la scelta dei lettori: un’intervista generalmente è interessante perché raggiunge un alto livello di immediatezza, i reportage (specialmente sui quotidiani) richiedono tempo e una certa disposizione mentale, sulla free-press godono di grande fortuna le notizie brevi… I contenuti di taglio breve, compresi i microcontenuti che accompagnano le immagini o l’infografica, godono generalmente di grande fortuna.

Dialogo intertestuale
Il titolo rimane in ogni caso un nodo strategico nella relazione fra chi scrive e chi legge: qui giungono al punto di maggior sintesi le narrazioni che i giornalisti hanno composto all’interno degli articoli, esplicitandone il senso una prima volta nell’attacco e approfondendolo, a più riprese, nei paragrafi che seguono, lungo la cosiddetta parte referenziale dell’articolo. Grazie ai titoli il programma narrativo, vale a dire la struttura profonda della storia, emerge nella sua forma più immediata. Anche perché il titolo serve anche a “vendere” la storia, a renderla interessante, a fare in modo che si guadagni uno spazio più o meno ampio nell’attenzione dei lettori. Questo livello della narrazione corre parallelo agli altri: i titoli di solito vengono composti da autori diversi rispetto a quelli che realizzano gli articoli, anche i lettori passano spesso da una titolo all’altro prima di scendere al livello dell’articolo. Attraverso i titoli i giornali “dialogano” fra loro, spesso anche saltando da un medium all’altro (il titolo di un quotidiano può alludere a quello del telegiornale… e viceversa), si realizzano così delle dinamiche intertestuali, allusive e conversazionali all’interno del sistema di cui il giornale fa parte.

Gli elementi della titolazione
Per realizzare questi obiettivi sono cruciali le competenze del titolista. A lui spetta il compito di riportare il maggior numero d’informazioni, estrapolandole dall’articolo, nella forma più sintetica e gradevole possibile. Come si fa? Innanzitutto vediamo quali sono gli elementi che compongono il titolo, nella sua struttura tradizionale, dall’alto verso il basso:

l’occhiello (uno o più periodi che scorrono sopra il titolo);

il titolo vero e proprio (con dei caratteri più grandi, la cui dimensione varia in proporzione all’importanza della notizia),

il sommario (sotto il titolo, anche qui uno o più periodi).

Esiste infine, almeno in alcuni giornali d’impianto tradizionale, il cosiddetto “catenaccio” che aggiunge altri elementi al sommario, disposto su più righe (da cui il nome).


Si dice di solito che l’occhiello presenta la notizia, il titolo la espone e il sommario la chiarisce. In realtà l’occhiello è un elemento residuale, utile più che altro a completare graficamente la pagina, tanto che nei giornali on line non esiste praticamente più e anche nella free press (il più giovani dei “vecchi” media…) è piuttosto raro. Le informazioni più importanti, quelle che inquadrano il focus della notizia, stanno nel titolo, il sommario aggiunge alcuni particolari precisando e circostanziando i fatti secondo la regola delle cinque W (ricordate? Quella che aiuta a capire se stiamo inserendo gli elementi costitutivi della notizia). L’occhiello contiene infine aspetti marginali, aggiuntivi rispetto al fatto che si sta raccontando, di cui il lettore potrebbe anche fare a meno senza che il senso della storia risulti compromesso.

Fra i diversi elementi della titolazione è importante che non ci siano ripetizioni o ridondanze: la “biodiversità” del lessico deve essere molto elevata, se utilizziamo un termine nel titolo non può tornare nell’occhiello o nel sommario. A rigore, all’interno della stessa pagina bisognerebbe evitare le ripetizioni: per il lettore la padronanza del lessico da parte del giornalista, il fatto che sappia ricorrere a sinonimi o perifrasi, è un sintomo di affidabilità e di padronanza degli argomenti.

Tipi di titolo
I titoli, secondo il manuale di Papuzzi, si distinguono in enunciativi e paradigmatici. È una definizione molto utile anche per capire come si compongono: i primi raccontano una storia, la riassumono in una forma breve, contengono in genere delle forme verbali. I secondi invece si prestano a mediare gli aspetti emotivi o interpretativi della notizia e si centrano prevalentemente su un’immagine estrapolata dal suo interno. Per comporre un titolo narrativo si può insomma cominciare individuando le parole chiave della storia, concatenandole attraverso una forma verbale:

Mafia, arrestato Giovanni Falsone:
il boss era latitante da undici anni


In questa caso vediamo una parola chiave (keyword) incorporata nel titolo con il fine di tematizzarlo (sappiamo subito che si parla di mafia), a seguire con un participio passato e un imperfetto vengono raccontati i due risvolti della notizia (la performanza e le fasi che la precedono).

Vediamo un altro esempio:

Negli States arriva il salmone Ogm
Il super-pesce sta per sbarcare sulle tavole americane. Un anno e non tre per raggiungere il peso forma


Anche in questo caso la notizia è presentata con chiarezza, sono evidenti già nella prima riga almeno che cosa accade, dove e quando. Una forma verbale (“arriva”) regge gli altri elementi costitutivi della notizia mentre nel sommario si esplicita un aspetto collaterale (vale a dire il fatto che il salmone ogm diventa commestibile assai prima di quello ordinario).

Per comporre un titolo paradigmatico, finalizzato a un effetto maggiormente emotivo, investiremo invece su un’immagine forte che emerge dalla storia, componendo un titolo nominale (vale a dire senza verbi):

Albania beach
Acque limpide e bunker sulla spiaggia. Ma non è un Paese per schizzinosi


È un titolo che evoca un luogo e in qualche modo la dimensione della vacanza (attraverso un gioco di parole che richiama la famosa località balneare americana Miami beach) ma non ci spiega con chiarezza il senso della storia, per comprenderlo dobbiamo ricorrere agli altri elementi della titolazione, vale a dire il sommario.

Ancora un esempio di questo genere:

Biaggi, giorno da re
Il pilota romano si aggiudica sia Gara-1 che Gara-2 del Gp di San Marino, ottava tappa del campionato. Ora allunga nella classifica iridata. "Sono felice, non me l'aspettavo"


Basta l’immagine evocata dal titolo per capire che Max Biaggi ha ottenuto un importante successo sportivo. Certo, non sappiamo che cosa è effettivamente accaduto ma in questo caso è più importante investire sugli aspetti emotivi e celebrativi della notizia proiettando nell’immaginario dei lettori l’idea che il pilota romano abbia trionfato durante la gara.

Attenzione, l’informatività (vale a dire la quantità di informazioni contenute in un periodo) non dipende strettamente dal tipo di titolo. In linea di massima è vero che i titoli narrativi spiegano con più chiarezza il senso della storia ma anche un titolo iconico può essere più o meno ricco d’informazioni:

Scuola, le date del prossimo anno
Lunedì 13 settembre il ritorno sui banchi per la maggioranza degli studenti, anticipo in Trentino. La maturità 2011 inizierà sempre il 22 giugno. Il 25 Aprile coinciderà con Pasquetta


Il titolo ci spiega, senza forme verbali, che sono uscite le date del prossimo anno scolastico ma quando effettivamente inizierà la scuola possiamo apprenderlo soltanto leggendo il sommario. Viceversa:

Scuola, si ricomincia il 13 settembre
Le date del nuovo anno scolastico: la maturità 2011 inizierà sempre il 22 giugno, il 25 Aprile coinciderà con Pasquetta. Studenti trentini in aula prima degli altri


Questo è un titolo che ci fornisce subito un’informazione pratica, un dato effettivo e utile, a valle del quale se ne possono condividere altri, che riteniamo di secondo piano, attraverso il sommario. Sulla base di questa prima distinzione proviamo a complessificare un pochino il ragionamento recuperando l’analisi che su questo tema forniscono Anna Maria Lorusso e Patrizia Violi (Semiotica del testo giornalistico, Laterza, 2004). I titoli, secondo le due semiologhe, potranno essere:

- Narrativi: quando raccontano i fatti (dunque prevalentemente attraverso una forma verbale)
- Iconici: quando sintetizzano la notizia e la spettacolarizzano (ricorrendo in genere a un’immagine recuperata dal testo)
- Patemici: quando investono sulla partecipazione emotiva del lettore
- Interpretativi: quando forniscono al lettore una chiave di lettura della notizia

Ogni titolo può inoltre variare per:

- Informatività (la quantità di informazioni che contiene)
- Tematizzazione (come inquadra un fatto)
- Tonalità emotiva (se drammatizza, contiene sfumature ironiche ecc.)
- Rapporto con l’immagine (il titolo può integrarsi più o meno con i contenuti visivi)
- Organizzazione frastica (in che modo occhiello, titolo e sommario dialogano fra loro)


La morfologia

A volte può essere utile farsi ispirare da titoli di film molto noti, brani musicali, opere letterarie di una certa popolarità… scampoli di “enciclopedia” comune che possono restituire, magari attraverso un gioco di parole, il senso dell’articolo e motivare il lettore a leggerlo. Bisogna ovviamente scegliere riferimenti a opere o eventi sufficientemente noti per non incorrere nel rischio della “decodifica aberrante”.

Inoltre nella composizione del titolo è importate tenere presente il contenuto visivo della pagina: soprattutto nei settimanali e nei mensili il dialogo fra titolo e immagine è determinante, ma sempre più spesso anche sui quotidiani, specialmente quelli d’opinione, i titoli “giocano” con il contenuto visivo, alludono a circostanze note alla comunità dei lettori che possono così decodificare gli elementi impliciti della notizia, quelli che l’autore e il lettore danno per scontati.

Una struttura è quella di anteporre il nome del protagonista, nella posizione della keyword, facendolo seguire dalla mimesi del parlato (spesso senza virgolette, per non appesantire graficamente la pagina):

La Consulta: "No alle ronde in situazioni di disagio sociale"


Oppure (per toccare un argomento “doloroso” degli ultimi giorni…):

Lippi: La responsabilità è mia
Montolivo: Eravamo come ipnotizzati


Come vedete il discorso diretto è piuttosto diffuso nei titoli, questo perché risponde a un obiettivo di immediatezza che appartiene soprattutto al giornalismo di cronaca. Il discorso diretto e quello indiretto si possono alternare secondo diverse formule:

"Intossicato dalla mozzarella blu"
A Padova un uomo sotto analisi


Lecco, denuncia contro i Carabinieri
"Mi hanno preso a calci e torturato"


Strage di Viareggio, 18 indagati
La procura: "Indagini non ancora concluse"


È una conferma sul fatto che l’alternanza fra mimesi e diegesi rappresenta un tratto distintivo della scrittura giornalistica in grado di elevare il ritmo e tenere desta l’attenzione dei lettori favorendo allo stesso tempo l’inserimento di molte informazioni in poco spazio.

domenica 22 giugno 2008

L'intervista



L'intervista è fra i tipi di contenuto più importanti a disposizione del giornalista. Ma è probabilmente anche il più difficile da realizzare visto che porta al cospetto, nella dimensione del dialogo prototipico, il giornalista con una fonte diretta. Proprio qui, durante le interviste, nascono del resto le notizie: consultando testimoni di fatti importanti, esperti che raccontano storie originali o commentano (siamo nella quarta fase della semiotica narrativa, quella sanzionatoria) vicende già note. In entrambi i casi realizzare un'intervista è difficile sia perché bisogna far emergere dall'interlocutore le informazioni che riteniamo importanti, sia perché nel momento della scrittura dobbiamo rispettare il registro utilizzato durante la conversazione ma allo stesso tempo rendere pienamente intellegibile il senso delle sue dichiarazioni al lettore. Bisogna scrivere e non trascrivere...

C'è un consiglio riguardo le interviste che trovo su un libro ormai famoso, "Il giornalista quasi perfetto" di David Randall (Laterza2000), che voglio fare mio: "Non abbiate timore di sembrare stupidi". Ovvero, se durante l'intervista c'è qualcosa che non comprendiamo, è inutile fingere il contrario: nell'interesse del lettore, che è sempre sovrano, meglio chiedere chiarimenti al momento piuttosto che ritrovarci a scrivere, poi, qualcosa che non abbiamo compreso. Sul libro di Randall, che lavora per il quotidiano inglese The Independent, trovate un sacco di indicazioni utili sulla professione giornalistica ed è anche molto gradevole da leggere. Guardate com'è interessante questa sua riflessione sul rapporto fra internet e carta stampata pubblicata un paio d'anni fa dal settimanale Internazionale.

Ma per tornare all'intervista, vediamo qualche punto fermo per imparare intanto come si fa quella per i giornali su carta stampata e on line (quella per la radio e la tv possiede alcune specificità che in questa sede non trattiamo...).


PREPARARE L'INTERVISTA

  • L'intervista può innanzitutto essere tematica o personale. Nel primo caso bisogna governare il dialogo con la fonte perché stia sull'argomento che ci interessa: spesso gli interlocutori, specialmente se messi alle strette, tendono a divagare, a rispondere in maniera generica. Sta al giornalista fare in modo che il discorso sia pertinente (anche qui, come vedete, rientra in campo la "massima della relazione" di Paul Grice, quella che recita semplicemente "sii pertinente"). Nel caso di un'intervista di taglio personale invece il discorso può spaziare più liberamente: se intervistate Sofia Loren è evidente che al centro del discorso innanzitutto c'è lei, la sua vita, i suoi ricordi, i pensieri che sta coltivando...e deve poterli esprimere con una certa libertà.
  • In ogni caso prima di realizzare un'intervista bisogna avere chiaro quale obiettivo abbiamo e prepararsi allo scopo. Bisognerà cioè mettere a punto preventivamente una lista di domande (che su richiesta possono essere anticipate all'intervistato) e documentarsi sul tema e/o sul personaggio che si sta per intervistare. Ogni intervista, così come qualunque altra narrazione, contiene del resto un focus che bisogna definire a monte (il primo passo, come abbiamo detto spesso, dipende dall'ultimo). Ed esprime la "fatale prospetticità", come ha scritto oltre trent'anni fa Umberto Eco nel suo "Guida all'interpretazione del linguaggio giornalistico", di chi la scrive. D'altro canto, come abbiamo capito durante il corso, qualunque racconto è interpretazione e l'intervista non fa eccezione a questa regola...

REALIZZARE L'INTERVISTA
  • Un strumento indispensabile lavoro per realizzare l'intervista è il registratore: non basta prendere appunti, sempre meglio avere il documento sonoro dell'interlocuzione. E' molto utile, inoltre, durante la registrazione prendere appunti: sia perché ci aiuterà a ritrovare i punti più importanti, sia perché ci aiuta a rimanere concentrati su quanto dice l'intervistato, sia perché... non si sa mai, il registratore potrebbe non funzionare ed abbiamo almeno una traccia scritta. La registrazione andrà poi sbobinata integralmente utilizzando il testo come base per scrivere l'intervista.
  • La fonte ha il diritto di non essere censurata rispetto alle opinioni che esprime o ai fatti che racconta. Può inoltre, su richiesta, controllare il testo prima della pubblicazione. Il giornalista non deve inserire nell'intervista elementi a posteriori, ai quali l'intervistato non può replicare. Questo inoltre può chiedere di rilasciare dichiarazioni "off record", a microfono spento, che il giornalista dunque non può riportare. Su questo punto vi racconterò comunque in un prossimo post una riflessione che ho fatto con un giornalista di Report, il programma di attualità in onda su Rai Due che si misura spesso con situazioni di questo genere...
  • La migliore modalità per realizzare un'intervista sta nella conversazione interpersonale immediata (faccia a faccia), che consente di accedere, attraverso il dialogo prototipico, all'intero patrimonio di segni dell'altro. Esistono però altre modalità di interlocuzione mediata in una scala crescente di opacità che si possono utilizzare efficacemente: l'intervista al telefono (che surroga nella maniera migliore la conversazione interpersonale), quella via chat (sostanzialmente sincrona) e quella via e-mail (asincrona). In quest'ultimo caso, proprio per sopperire alla mancanza del tessuto connettivo rappresentato dal dialogo prototipico della conversazione immediata, meglio proporre anche almeno una domanda aperta nella quale l'interlocutore possa esprimere concetti a propria discrezione. Il rischio, con le interviste via e-mail peraltro sempre più utilizzate, sta innanzitutto nell'impossibilità di ribattere sul piano dialettico alle argomentazioni dell'intervistato, sempre meglio perciò concordare per tempo la possibilità di porre domande aggiuntive. E poi nel registro che rischia di essere troppo letterario, troppo vicino al linguaggio scritto per sembrare davvero un'intervista...

SCRIVERE L'INTERVISTA

  • L'intervista non deve riportare necessariamente la versione integrale del dialogo tra il giornalista e la fonte. Se ne può utilizzare soltanto una parte modificando, se occorre, la sequenza delle domande (sempre che questo non alteri il senso delle battute pronunciate dalla fonte).
  • Anche la morfologia del periodo può essere modificata perché durante l'espressione orale tendiamo verso la ridondanza, inoltre durante il dialogo prototipico entrano in campo altri codici (come la gestualità, il contesto o la prossemica) che il lettore non può percepire, il lessico del parlato non è sempre il più adeguato quando diventa testo scritto... Sta qui il difficile: restituire il discorso pronunciato dall'interlocutore in una forma intellegibile per chi leggerà l'intervista rispettando la struttura linguistica dell'intervistato (nella quale deve proiettarsi il suo simulacro, non quello del giornalista) e il senso delle sue argomentazioni.
  • Sarà bene porre domande sintetiche e fare in modo che le risposte non siano troppo lunghe. Per centrare questo obiettivo si può chiedere all'intervistato, prima di cominciare l'intervista, di non dilungarsi troppo nelle risposte anticipandogli il numero complessivo di domande che intendiamo porgli. Questo sarà utile anche per utilizzare al meglio il tempo a disposizione.
  • Le dichiarazioni dell'intervistato possono essere utilizzate sia per comporre un'intervista con la classica struttura domanda/risposta, sia per scrivere un articolo di cronaca diluendo gli stralci di discorso diretto secondo l'alternanza mimesi/diegesi su cui ci siamo ampiamente soffermati. In ogni caso, anche quando si tratta di un'intervista classica, bisognerà comporre un attacco (spesso le interviste iniziano con il discorso diretto, esplicitando nel periodo che segue con un nesso l'intestatario della dichiarazione e gli altri elementi informativi essenziali rappresentati dalle cinque W).

giovedì 12 luglio 2007

Anche stavolta è successo…


C’è un fenomeno curioso che si ripete da tre anni a questa parte, da quando cioè tengo questo corso di scrittura giornalistica (prima avevo tenuto quello di Teoria e tecnica dei nuovi media). Ovvero: c’è sempre qualcuno che sbaglia, nella prova finale, la data di nascita della penny press collocandola qualche volta alla fine dell’Ottocento, qualche volta ai primi del Novecento... Invece, per la nascita di questo media (i giornali a larga diffusione e basso costo, appunto un penny), c’è una data ben precisa: il 3 settembre 1833, quando viene stampato il primo numero del “New York Sun” che venne venduto per le strade della Grande Mela dagli strilloni. Ho pensato, anche a futura memoria, di segnalarvi la voce “The New York Sun” della Wikipedia per capire meglio di che cosa si tratta, forse a lezione non ne abbiamo parlato in maniera abbastanza approfondita. Bye bye…

domenica 17 giugno 2007

I nodi del (dis)corso: retrospettiva per immagini

  • CHE COS'E' UN GIORNALE

È un oggetto di mediazione fra l’autore e il lettore (o se volete, per dirla con il linguaggio della semiotica, fra l’enunciatore e l’enunciatario), come un tempo (diciamo cinque o seimila anni fa…) lo sono state le tavolette d’argilla. Ma è anche un servizio, visto che prevede innanzitutto un lavoro di selezione a monte delle notizie che la redazione seleziona e poi rielabora, arricchisce, completa per offrirle al destinatario. Esistono dei tratti distintivi per distinguere il giornale da altri media… E per saperne di più cliccate qui.



  • LA ROUTINE DI LAVORO

Dietro il prodotto (e il servizio) giornalistico esiste un lavoro complesso e una struttura professionale grazie alla quale le notizie vengono pubblicate secondo una determinata routine che garantisce, o dovrebbe garantire, la correttezza dell’informazione. Per questo all’interno della redazione esistono dei ruoli (dal direttore responsabile al redattore…) che corrispondono ciascuno a determinati livelli di responsabilità. Con i giornali collaborano inoltre anche delle figure esterne, i collaboratori e i free lance, che realizzano di solito il lavoro sul campo.
Per saperne di più cliccate qui (scorrere il post fino alla voce corrispondente).


  • CHE COS'E' UNA NOTIZIA

Ormai lo sappiamo… La notizia, almeno da quando esiste la penny press (1830 o giù di lì…), è il materiale di lavoro del giornalista. Senza il giornalista la notizia non esiste (e viceversa…). Già… Ma la notizia è innanzitutto un ritaglio della realtà, tratto di solito dalla vita quotidiana, che il giornalista realizza tenendo conto degli interessi di chi legge. Giusto? La notizia perciò non coincide con la realtà ma la rappresenta. Risente inoltre della visione prospettica con cui il giornalista osserva ogni avvenimento: nessuna notizia può essere oggettiva, è sempre condizionata dal punto di vita di chi la racconta. E dunque nessuna notizia coincide con la verità… anche se il giornalista deve garantire al lettore la propria onestà professionale. Altri concetti utili per un discorso sulla notizia tratti anche dal Papuzzi: differenza fra news e views (nonché fra straight reporting ed interpretative reporting), identificazione di una notizia (per rappresentazione o contrapposizione), l’avvento delle features… Basta? No! Per comporre una notizia bisogna sempre avere presente la griglia delle care, vecchi cinque W: Who, where, when, what, why, (chi, dove, quando, cosa e perché…). Solo così una notizia potrà dirsi completa.
Per saperne di più… cliccate qui.


  • L'ORGANIZZAZIONE PLASTICA DELLA PAGINA

La scrittura giornalistica non si esercita soltanto attraverso il linguaggio verbale. Esiste una scrittura visiva che determina l’aspetto della pagina, il senso complessivo del servizio e quello delle notizie contenute al suo interno. Esistono tre livelli dell’organizzazione plastica, secondo Greimas: quello eidetico, quello topologico e quello cromatico. Ogni giornale interpreta questi tre livelli realizzando una propria estetica (tra frattura e armonia) coerente con l'ideologia di cui si fa portatore. Il giornale insomma è innanzitutto un prodotto visivo, il cui senso viene interpretato dal lettore a prima vista, quando lo osserva nel suo insieme, come si fa con uno stormo di uccelli...
Per saperne di più… cliccate qui. (scorrere il post fino alla voce corrispondente)



  • I TIPI DI CONTENUTO

All’interno di un giornale esistono diversi tipi di contenuto (un po' come la frutta che troviamo al mercato...) organizzati intorno a due “grandi famiglie”: gli articoli di natura informativa (news) e quelli finalizzati al commento (views). Esistono inoltre dei contenuti di servizio (i titoli di borsa, gli orari dei treni, i risultati del lotto…) e una serie di informazioni paratestuali (le testatine, i numeri di pagina, la gerenza con le informazioni sull’editore e sulla redazione…). Un tipo di contenuto a parte è rappresentato dall'intervista (per un approfondimento clicca qui). Ci sono poi le fotografie e le illustrazioni con cui spesso gli articoli, e soprattutto i titoli, “dialogano”. L'immagine inoltre svolge spesso un ruolo di “veridizione”: serve cioè a dimostrare che fondatezza della notizia…
Per saperne di più… cliccate qui.


  • LA SEMIOTICA NARRATIVA

La scrittura è soltanto la parte visibile del racconto. Sotto il pelo dell'acqua, prima della manifestazione discorsiva di ogni storia, esiste una struttura narrativa profonda descritta dal semiologo lituano-francese Julien Greimas. Ogni testo risponde così ad un modello generale, il “programma d’azione”, nel quale un “soggetto” vuole raggiungere un “oggetto di valore” sottratto da un “antisoggetto”... attraverso quattro fasi (manipolazione, competenza, performanza e sanzione). Per saperne di più… cliccate qui.


  • LE FONTI

Dove si prendono le informazioni utili a confezionare le notizie? Come l’acqua: dalle fonti. Esistono fonti di primo (livello che provengono da soggetti autorevoli) e di secondo livello (rispetto alle quali è il giornalista a prendersi la responsabilità della notizia che comunicano). E ancora tra fonti dirette (che il giornalista rintraccia con il suo lavoro) e indirette (che producono materiali già prelavorati, come i comunicati stampa, i lanci d’agenzia…). Le agenzie sono fonti indirette, ma non hanno solitamente bisogno di verifica, e rappresentano, con tutti i rischi di omologazione informativa che questo comporta, una gran parte del materiale con cui lavorano i giornalisti moderni.
Per saperne di più… cliccate qui.


  • DENTRO IL LINGUAGGIO GIORNALISTICO

La specificità del linguaggio giornalistico si manifesta soprattutto nella parte alta dell’articolo, nell’attacco: dove prevalgono frasi brevi, tendenzialmente nominali, ricche di contenuti informativi. Nella fase referenziale dell’articolo la struttura del periodo torna ad essere molto simile a quella ordinaria pur conservando alcune caratteristiche. Tra le forme ricorrenti del linguaggio giornalistico c’è l’apposizione: un periodo che specifica, dopo i due punti (ma anche dopo il punto fermo), alcuni aspetti della frase principale. Sul web vengono portate all’estremo le caratteristiche della scrittura giornalistica: organizzare i contenuti secondo il principio della “piramide invertita” (prima le conclusioni, poi i particolari), osservare la “legge della vicinanza” (soggetto, verbo e complemento oggetto il più possibile vicini fra di loro), ridurre la prolissità del testo.
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  • MODALITA' DI ATTACCO


L'attacco, ovvero il periodo iniziale dell'articolo, è un elemento strategico nel rapporto con il lettore: bisogna fornirgli le informazioni essenziali e catturarne l'attenzione. Il senso di una storia viene perciò estratto come si fa con il succo di un arancio. Secondo il nostro libro testo se ne individuano quattro, io mi sono spinto a esemplificarvene sette… L’importante è sapere che non rappresentano una gabbia ma uno strumento per far rendere al meglio la fantasia di ciascun giornalista. Ricordiamoci poi che qualunque contenuto giornalistico si divide in tre parti: oltre all’attacco c’è il corpo e la chiusa. Quest’ultima è un altro momento cruciale del rapporto con il lettore… C’è chi dice che una buona maniera per trovare una chiusa può essere quella di tornare sulle immagini o sull’argomentazione dell’attacco, chiudendo così il cerchio. A mio avviso, innanzitutto, è meglio evitare la morale: le conclusioni, sulla base delle informazioni che il giornalista organizza nell’articolo, deve trarle il lettore…
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  • I TITOLI

È un livello del testo giornalistico che mette in condizione il lettore di apprendere le informazioni essenziali della notizia e di scegliere se procedere o meno alla lettura dell’articolo. Dunque, è il distillato ulteriore del senso di una storia, già "spremuto" nell'attacco. Chi fa i titoli? Di solito non è lo stesso giornalista che scrive l’articolo ma alcune figure, dal redattore in su, che lavorano nella redazione. A volte può essere utile farsi ispirare (magari modificandoli) da titoli di film molto noti, canzoni, opere letterarie di una certa popolarità… pezzi di "enciclopedia" comune che possono restituire, attraverso un gioco di parole, il senso dell’articolo e motivare il lettore a leggerlo. Importante è poi, nella composizione del titolo, tenere presente il contenuto visivo della pagina: soprattutto nei settimanali e nei mensili il dialogo fra titolo e immagine è determinante…
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  • I VALORI NOTIZIA

Perché alcune notizie si pubblicano e altre no? E perché alcune assumono una certa importanza e altre meno? Di mezzo c’è ovviamente l’arbitrarietà degli autori del giornale che discutono, in redazione, le notizie del giorno. In maniera più o meno consapevole però si fa riferimento a una serie di “valori notizia” individuati nel tempo e che determinano il “peso” delle informazioni. Anche qui con un’importante avvertenza: tutto è relativo nel giornalismo. Una notizia importante per un quotidiano può non esserlo per un mensile, una rivista di motociclette seleziona le notizie in base alla propria missione, a volte dare un certo peso a una notizia, anche ingiustificato dalla cronaca, può avere un significato provocatorio… L’autonomia delle scelte di una redazione non deve mai (o non dovrebbe mai) venir meno.
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  • BREVE STORIA DELLA COMUNICAZIONE

Il sistema mediale è in sistema ecologico, con equilibri interni che cambiano nel tempo e nello spazio… e con una sorta di riciclaggio delle modalità di comunicazione che attraversano i millenni. Dalla civiltà della comunicazione orale a quella dei nuovi media, passando per la fase chirografica, tipografica e dei media elettrici… nulla si crea e nulla si distrugge. Per questo all’interno della scrittura giornalistica troviamo alcuni tratti distintivi che recuperano una maniera di mediare le informazioni che risale a oltre cinquemila anni fa…
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  • DAL TESTO ALL'IPERTESTO (E RITORNO)

Fra le caratteristiche della civiltà neomediale, quella in cui siamo immersi noi giornalisti della tarda modernità, c’è il passaggio dal testo all’ipertesto (e all’ipermedia). La definizione “storica” di ipertesto è stata fornita da Ted Nelson, filosofo e informatico statunitense, che l'ha messa a punto nel ’65, nel suo libro “Literary machine”, recuperando l’idea del Memex: la prima macchina ad ipotesi ipertestuale, progettata da Vannevar Bush intorno al 1930, basata sulla tecnologia del microfilm. Vi ricordate la definizione di ipertesto secondo Ted Nelson? Qualcosa del tipo: è una scrittura non sequenziale, un testo che si dirama e che consente al lettore di scegliere i percorsi di sfogliamento. Su questa base Ted Nelson aveva messo a punto Xanadu: un ipertesto che avrebbe dovuto raccogliere la letteratura globale attraverso una rete di computer distribuiti in tutto il mondo. Qualcosa di molto simile a internet, no? Secondo Nelson questa ipotesi è ancora valida, anzi internet ne rappresenta secondo lui una versione ridotta, e continua a lavorare verso la realizzazione della sua utopia… Date un’occhiata al suo sito... In aula però abbiamo ragionato intorno ad un’ipotesi diversa, messa a punto nel ’97 dal semiologo danese Espen Aarseth, che ha approfondito in particolare lo studio dei videogame… Proviamo a riassumerla: l’ipertesto è un testo digitale, composto da più nodi, connessi attraverso link elettronici secondo una griglia sequenziale o non sequenziale, progettata dall’autore e accessibile al lettore soltanto attraverso diversi strati di software. L’autore insomma, nel momento in cui compone l’ipertesto, si preoccupa di “scrivere” anche tutti i percorsi possibili che potrà seguire il lettore. Questi legami fra i diversi nodi dell’ipertesto si trovano nella memoria del computer e il lettore può accedervi soltanto utilizzando diversi software, cioè diversi programmi informatici sovrapposti che consentono di sfogliare un cd-rom o di consultare un sito web… E già, perché anche un sito web non è altro che un ipertesto. Volete conoscere un po’ più da vicino Espen Aarseth? Guardate qui…
Dunque, quando lavoriamo ad un articolo per un giornale on line, oltre al testo lineare, noi giornalisti della tarda modernità “scriviamo” anche i link che rendono tridimensionale la fruizione: creando percorsi verso altri contenuti interni, verso siti web esterni, proponendo al lettore degli approfondimenti multimediali (attraverso i link di attivazione, che richiedono cioè al computer remoto di avviare dei software diversi da quello per la lettura del contenuto verbale… ). Questo atteggiamento mentale ha delle conseguenze anche nella maniera di pensare il “vecchio” giornale cartaceo: non per nulla all’interno delle pagine troviamo sempre più spesso dei box di approfondimento, dei contenuti correlati, una specie di ipertesto orizzontale e complanare… al cui interno il lettore può muoversi liberamente ed esercitare le proprie scelte.

sabato 16 giugno 2007

Fossi in voi...

...pensando alla prova finale ridarei un'occhiata approfondita alla semiotica semionarrativa (il post si raggiunge cliccando qui). Oh, non lo dite a nessuno, eh? E se studiando avete qualche dubbio fatevi sentire... Lunedì, dalle 15.00 (o giù di lì) ripercorreremo comunque per grandi linee i nodi principali di tutto il (dis)corso. Ci vediamo!

lunedì 11 giugno 2007

Tanto per capirci…


Questo è l’oggetto che rappresenta meglio la funzione del titolo: distillare il senso della storia, dopo che ne abbiamo estratto il succo nell’attacco dell’articolo, offrendone al lettore la miglior sintesi possibile.

domenica 3 giugno 2007

Linguaggio al microscopio

Abbiamo verificato diverse volte come la scrittura giornalistica si esprima innanzitutto nell'attacco, la parte alta dell’articolo. Qui la struttura ordinaria del periodo diventa particolarmente sintetica e raggiunge il punto di massima torsione: troviamo, infatti, periodi estremamente brevi, frasi nominali (cioè senza il verbo), costruzioni basate sull’accumulo… Vi immaginate del resto un articolo scritto per intero con il lessico e con la morfologia dell’attacco? Sarebbe da impazzire... stancante per chi legge e anche poco comprensibile. Più oltre, nella fase referenziale del testo (la cosiddetta “pancia”) e nella conclusione, la struttura del periodo risponde sostanzialmente ai canoni di quella letteraria, simile in qualche modo a quella del romanzo, con un periodo più ampio, delle frasi architettoniche (le dipendenti), una serie di incisi... Esistono però delle particolarità che marcano la scrittura giornalistica anche in questa regione del testo. Vediamo quali abbiamo individuato:

Piani sfalsati
Innanzitutto, come abbiamo visto durante le esercitazioni, troviamo l’alternanza del discorso diretto e di quello indiretto (oppure, in altri termini, della mimesi e della diegesi). Attraverso il primo, in termini mimetici, il giornalista riproduce uno scampolo di realtà, fa parlare i propri testimoni attraverso delle frasi racchiuse tra virgolette. Così:


«E’ tempo di cambiare marcia» ha detto il presidente dell’Associazione ciclisti italiani. Con lui si è schierato l'intero consiglio direttivo che ha deciso di sostenerne l'azione. «Siamo stanchi di fare una vita in salita» è stato il commento di un altro rappresentante dell'assemblea...
In questo modo il lettore può quasi “sentire” la voce del testimone, se l’articolo è integrato da una fotografia il testo diventa sincretico (porta cioè a sintesi due diverse sostanze dell’espressione, il linguaggio verbale e quello visivo) e l’effetto è molto simile a quello “immersivo” della televisione. Alternando mimesi e diegesi il giornalista accompagna come voce narrante il lettore nell’ascolto delle diverse testimonianze. È anche una maniera per mettere in campo il “discorso oggettivante” che consente al giornalista, come fosse un burattinaio, di parlare attraverso i propri personaggi, di costruire un articolo centrato intorno ad una determinata tesi che viene però affermata attraverso le testimonianze, e le opinioni, che ha raccolto. I piani sfalsati che si generano all’interno del testo, fra discorso diretto ed indiretto, favoriscono inoltre l’attenzione del lettore. Lo sa bene, del resto, chi pratica il teatro: l’interesse di chi osserva è sollecitato soprattutto dalle sfalsature e dai punti in movimento…


Cicli narrativi
Un’altra caratteristica della scrittura giornalistica si può individuare nell’iterazione del racconto. L'autore comincia cioè a raccontare una storia nell’attacco, ricomincia a narrarla qualche periodo più sotto e aggiunge un particolare, poi riprende una terza volta facendo entrare magari un nuovo personaggio… e infine chiude il racconto. Questa maniera di procedere recupera, come ormai sapete, una caratteristica della comunicazione orale: per fare in modo che la storia resti impressa nella memoria dei propri interlocutori, in mancanza di un supporto sul quale depositarla attraverso la scrittura, prima dell’invenzione della scrittura si ripeteva una, due, tre volte… arricchendola strada facendo di elementi. Attenzione: questo non significa che bisogna utilizzare gli stessi termini. Anzi: una scrittura giornalistica di qualità si individua proprio in base alla “biodiversità” del lessico che viene utilizzato, dall’ampiezza del repertorio di sinonimi e perifrasi che l’autore è in grado di maneggiare. Per questo, ripetendo più volte il racconto all’interno dello stesso articolo, secondo un andamento ciclico che si riscontra soprattutto negli articoli di cronaca, bisogna saper articolare la scelta dei termini che utilizziamo: un conto è ripetere il racconto, un altro è farlo sempre con gli stessi ingredienti che generano un effetto di ridondanza sgradevole per chi legge… Roma perciò diventa la Capitale, il sindaco diventa il primo cittadino, la Russia diventa Mosca (dunque una parte, la capitale di un paese, rappresenta per metonimia tutto il resto… ), il presidente del consiglio diventa il premier…

Lessico ad alta biodiversità
Un terzo punto riguarda ancora la scelta del lessico : sui giornali si tende a riprodurre il linguaggio della quotidianità, quindi in linea di massima si utilizza un registro colloquiale rinunciando a quello aulico e letterario che tornano più utili nella poesia e nel romanzo. Dunque un periodo del tipo:

Ieri a Roma il presidente della Repubblica ha dichiarato che si ergerà a paladino delle minoranze…

può efficacemente diventare:

Ieri a Roma il presidente della Repubblica ha detto che difenderà le minoranze…


Alziamo l'ingrandimento!
Adesso però alziamo l’ingrandimento del nostro microscopio e vediamo di cogliere alcuni indicatori strutturali che caratterizzano la scrittura giornalistica. Il primo, secondo l’analisi di Maurizio Dardano, fra i linguisti italiani che ha studiato con maggior rigore il linguaggio dei giornali, riguarda il frequente ricorso al polisindeto. Lo dicevamo durante la lezione: è un periodo costruito basandosi sulla congiunzione “e”. Infatti troviamo spesso, negli articoli, delle frasi concatenate in questa maniera:

Il ministro ha annunciato la riforma ed ha rilanciato la trattativa…

C’è un soggetto, un primo predicato verbale, un complemento oggetto. Poi una congiunzione (in questo caso con l’epentesi, vale a dire la “d” eufonica) e un secondo predicato retto dal soggetto della principale. Il periodo in questo caso si dice "coordinato", vale a dire che è composto da due frasi (prima e dopo la congiunzione) che si trovano allo stesso livello.

Altre caratteristiche...
Vediamo qualche altra caratteristica del linguaggio giornalistico:

  • il soggetto durante l’articolo viene ripetuto piuttosto spesso (sempre perché si recuperano alcuni stratagemmi dell’oralità)
  • si riscontra un certo abuso dei due punti (in effetti sono un elemento della punteggiatura piuttosto utile perché consente di schematizzare i concetti)
  • esiste una certa tendenza allo stile nominale (ma su questo, come vedremo nella prossima lezione, la scrittura giornalistica on line è in controtendenza…).
  • Infine si utilizzano abbastanza spesso le cosiddette strategie enumerative utilizzando, stavolta, l’asindeto. Di che cosa si tratta? Ci facciamo rispondere da Wikipedia, l’enciclopedia partecipata on line: «L'asindeto è la figura retorica che consiste in un'elencazione di termini o in una coordinazione di più proposizioni senza l'uso di congiunzioni». Insomma, è il contrario del polisindeto. Si utilizza molto spesso nel linguaggio poetico ma è frequente anche nel periodo giornalistico:
I cittadini della Val di Susa, dopo l’assemblea di ieri, hanno avanzato le proprie proposte: partecipare al tavolo di concertazione degli enti locali per definire il progetto, valutare un tracciato alternativo a quello
messo in campo dal governo, fermare i cantieri fino a quando non saranno sciolti i dubbi sul danno ambientale…

Questa strategia si può applicare sia attraverso i verbi, come nell’esempio qui sopra, sia attraverso i nomi. Si presta inoltre ad un trattamento grafico particolare sia sui giornali cartacei, sia su quelli on line. Lo stesso periodo può assumere questa conformazione visiva:

I cittadini, dopo l’assemblea di ieri, hanno
avanzato le proprie proposte:

  1. partecipare al tavolo di concertazione degli enti
    locali per definire il progetto
  2. valutare un tracciato alternativo a quello messo in
    campo dal
    governo
  3. fermare i cantieri fino a quando non saranno
    sciolti i dubbi sul danno ambientale…

È ancora più chiaro, no?

Verso il periodo complesso
Questa struttura della frase però è ancora tendenzialmente lineare. Il periodo, anche nella scrittura giornalistica, assume conformazioni più complesse che passano innanzitutto attraverso l’utilizzo di alcuni elementi coordinativi come le particelle avversative (ma, ma anche, invece, oppure…) che evidenziano la polarità delle posizioni in campo. Ci sono poi gli incisi e le parentetiche che creano delle sfalsature interne al periodo e consentono di concentrare, fra parentesi o trattini, un alto numero di informazioni. Facciamo un esempio :

Valentino Rossi ha preceduto la Ducati di Loris Capirossi (che balza in testa alla classifica generale con 99 punti insieme ad Hayden) e la Honda dello statunitense Nicky Hayden. Una gara entusiasmante, con Rossi e Capirossi che si sono dati battaglia negli ultimi giri…


Spesso l’inciso si utilizza all’interno del discorso diretto:

«Se il sindaco proseguirà nel suo progetto – ha detto oggi il capogruppo dell’opposizione, Marcello Manni, 43 anni, della lista civica – faremo ostruzionismo in aula…».

Infine, nel processo di complessificazione del periodo incontriamo i pronomi relativi e le congiunzioni che introducono un principio di vera e propria architettonicità attraverso le frasi subordinate (ovvero: all’interno del periodo non si trovano allo stesso livello delle principali). Così:

I ladri sono entrati nella banca, che in quel momento
era ancora chiusa, puntando le armi contro i funzionari immobilizzati dalla
paura.


Fenomeno apposizione
Ma c’è un altro fenomeno nella scrittura giornalistica su cui vale la pena di soffermarsi. È l’apposizione , ovvero quell’elemento sintattico che aggiunge un’informazione ad un altro elemento della frase. Si separa dalla principale tendenzialmente attraverso i due punti ma anche attraverso il punto, diventando così una frase indipendente e il più delle volte nominale. Esistono tre maniere diverse per applicarla:
  1. Il sostantivo dell’apposizione ha lo stesso tema del predicato verbale della principale:
    L’Inter ieri ha vinto per tre a zero la partita contro l’Atalanta. Una vittoria che porta la squadra allenata da Mancini a tre punti dalla Fiorentina…
  2. Il sostantivo dell’apposizione è un sinonimo di quello che regge la principale:
    La festa è cominciata alle quattro del pomeriggio proprio nella piazza principale della città. Una manifestazione riuscitissima, alla quale hanno
    partecipato migliaia di bambini…

  3. Il sostantivo della principale viene ripetuto nell’apposizione con l’effetto di comunicare una maggiore enfasi nel racconto, una forte partecipazione emotiva da parte dell’autore:
    La bambina era nascosta sotto un cumulo di cartoni. Una bambina di soli tre giorni, vestita con un abitino azzurro, una bambina che per le autorità italiane
    non esiste…

Beh, per adesso fermiamoci qui. Durante i nostri ultimi incontri vedremo quali di queste caratteristiche, nel giornalismo on line, diventano ancora più evidenti. E capiremo quali sono i tratti distintivi della scrittura giornalistica nella tarda modernità… E come al solito, se avete qualche dubbio, cliccate qui oppure lasciate un commento...

Soluzione!

Semplice… Sono i tre oggetti che rappresentano, metaforicamente, altrettanti aspetti della nostra navigazione intorno alla scrittura giornalistica. Con la maschera da sub abbiamo visto che cosa c’è prima della scrittura, la parte sommersa dell’iceberg, vale a dire la ricerca delle informazioni, l’analisi semionarrativa del racconto, la definizione della notizia… Con lo spremiagrumi rappresentiamo invece l’estrazione del “succo” di una storia che ci torna utile innanzitutto per comporre l’attacco, poi per costruire il titolo e gli altri microcontenuti. E il microscopio? Ci serve per osservare il tessuto profondo della scrittura, per scoprire il dna del periodo giornalistico e catturare alcuni “meccanismi” morfologici che lo governano. Proviamo, sulla falsariga di quanto ci siamo detti la volta scorsa , ad utilizzare quest’ultimo strumento (nel prossimo post…)

Quiz visivo

A che cosa vi fanno pensare questi tre oggetti?




Per la risposta, come al solito, clicca qui oppure lascia un commento... (ne riparleremo con il prossimo post)

domenica 27 maggio 2007

Tipi di contenuto

Vi ricordate la nostra prima lezione? Federica, se non mi confondo, ha “scritto” il nostro primo testo. Ha messo cioè in ordine le riviste e i giornali che avevo portato in aula come se dovesse allestire un’edicola proprio sotto l’università: la sua ipotesi prevedeva da una parte le riviste per bambini, da un’altra i femminili (ma Flair è molto diverso da Gente…), poi i settimanali d’attualità, le riviste giovanili… e tutti in fila, da un’altra parte ancora, i quotidiani organizzati anche loro secondo alcuni criteri (il formato, l’area di diffusione, l’ideologia…). È un sistema complesso, una vera e propria galassia, che trova nell’edicola la sua migliore metafora: un’edicola in fondo, con le sue ibridazioni (basti pensare alla quantità di oggetti non-mediali che si vendono al suo interno, come i biglietti dell’autobus ma adesso anche le caramelle, i giocattoli, i souvenir…), è il simulacro della comunità che le ruota intorno. Ma rappresenta soltanto una parte dell’intero sistema mediale che comprende anche i media elettrici, i nuovi media (intesi, convenzionalmente, come i media basati sulla codifica digitale)… E domani, chissà.

Beh, da allora ne abbiamo fatta di strada. Ci siamo soffermati sui quotidiani individuandone i tratti distintivi e analizzandone, in base al formato e all’organizzazione plastica, il senso: ci sono i giornali su formato tradizionale, che raccontano (in linea di massima) la realtà secondo un punto di vista istituzionale; e quelli innovativi, su formato tabloid, finalizzati (almeno in Italia) ad un giornalismo d’opinione, politicamente orientato verso la rottura degli schemi sociali consolidati, l’innovazione formale e anche politica. Insomma: ci sono giornali conservativi (e conservatori) e giornali innovativi (e innovatori). E poi? Con un’ulteriore zoomata siamo entrati finalmente nel giornale. Abbiamo visto che è suddiviso in sezioni, poi in pagine che al loro interno presentano i contenuti: quelli visivi (vale a dire le foto e le illustrazioni), quelli verbali e l’infografica che rappresenta una sintesi fra i primi due. Un altro passo: i contenuti verbali, sui quali ci soffermiamo in questa esperienza formativa, si suddividono in diverse tipologie che abbiamo rintracciato attraverso il lavoro di gruppo dell’ultima lezione. Schematizziamo:

Contenuti informativi

  • Breve: notizia di poche righe, su fatti generalmente di secondaria importanza
  • Notizia: contenuto di circa 20/righe che fornisce le informazioni essenziali circa un determinato evento Servizio: contenuto più approfondito, sopra le 30 righe, che prevede il reperimento di fonti aggiuntive rispetto a quelle utilizzate per la notizia.
  • Cronaca: narrazione immediata di un certo evento. Si suddivide di solito in nera, rosa, sportiva, parlamentare… a seconda dei temi che tratta
  • Corrispondenza: arriva da un luogo lontano, dove agisce il corrispondente o l’inviato
  • Inchiesta: si suddivide in conoscitiva e investigativa, a seconda dell’atteggiamento con cui agisce l’autore e del tema che tratta… La prima inquadra un fenomeno sociale, la seconda porta alla luce un retroscena attraverso un’indagine realizzata dal giornalista.
  • Reportage: un articolo piuttosto esteso, nel quale l’autore (magari anche in prima persona…) racconta un’esperienza realizzata in un luogo lontano
  • Resoconto: il racconto di un avvenimento che si sviluppa in un determinato arco di tempo (un convegno, un corteo, una conferenza stampa…)
  • Pastone: un articolo che riassume gli eventi politici, di cronaca… o di altri temi della giornata

Contenuti d’opinione

  • Fondo: commento realizzato da alcune figure autorevoli, anche esterne alla redazione
  • Editoriale: solitamente del direttore o di un altro componente dello staff di direzione, che rappresenta il punto di vista della testata. In semiotica si parla perciò di “enunciatore delegato”, perché riceve la delega a rappresentare il punto di vista della redazione (e della testata)
  • Trafiletto: commento breve, su un tema di attualità, pungente e solitamente provocatorio
  • Corsivo: articolo di costume, con taglio satirico o polemico, firmato di solito da giornalisti di spicco
  • Commento: è un articolo nel quale si commenta (appunto…) un fatto raccontato in un articolo di taglio informativo
  • Recensione: dedicato a eventi o prodotti culturali, in equilibrio fra la cronaca e l’opinione
  • Rubrica: viene affidata sempre allo stesso autore, oltre ad essere centrata sul libero commento (per esempio… La bustina di Minerva che Umberto Eco scrive su L’Espresso) può anche essere tematica (per esempio una rubrica sul giardinaggio, l’informatica, la bellezza…)
  • Intervista: è uno dei generi giornalistici più complessi, può essere tematica o personale e si può realizzare secondo uno schema classico (domanda/risposta) o sciolta nel testo secondo l'alternanza mimesi/diegesi tipica dell'articolo di cronaca. Per un approfondimento clicca qui.

Altri tipi di contenuto

  • Redazionale: è uno spazio di natura promozionale, che deve essere segnalato come tale al lettore perché sia avvertito sul fatto che si tratta, in buona sostanza, di pubblicità
  • Pubbliredazionale: anche questo è finalizzato alla promozione e viene realizzato direttamente dall’inserzionista
  • Contenuti di servizio: i tamburini, le previsioni del tempo, la borsa…
  • Le lettere: è una delle sezioni più lette, uno spazio d'interazione fra i lettori e la testata

Ma davvero è così facile demarcare la linea che separa la cronaca dal commento, le news dalle views? Non sembra, vista l’efficacia del discorso oggettivante che consente di mascherare l’opinione personale dietro la cronaca (utilizzando, per esempio, testimonianze altrui o utilizzando uno stile impersonale, che dà per assodata un'argomentazione invece del tutto arbitraria). E soprattutto vista la fatale prospetticità che condiziona qualsiasi racconto. Già, il racconto… Ogni giornale è un racconto della realtà, che ciascuna testata realizza secondo il proprio punto di vista: giorno dopo giorno si dipana il “racconto dell’enunciatore”, inteso come racconto della realtà effettuato dall'individuo semiotico (la testata giornalistica). Dentro ogni giornale ci sono poi molti racconti, concatenati fra di loro, che i giornalisti realizzano partendo dal proprio punto di vista (condizionato da quello del lettore e da quello dell’editore). E questi racconti sono le unità testuali nelle quali si esercita la scrittura giornalistica…

sabato 26 maggio 2007

Questione di ruoli

Il giornale? Lo abbiamo già detto… E’ un prodotto editoriale ma anche un servizio, perché presuppone un lavoro di selezione e di organizzazione delle notizie che gli autori (i giornalisti) realizzano per i lettori. E rappresenta un’opera collettiva che prevede alcuni ruoli all’interno della redazione e diversi livelli di responsabilità. Li vogliamo ricordare?

C’è il direttore che è il responsabile del giornale dal punto di vista organizzativo, giuridico e per certi aspetti economico, con uno o più vice. Poi c’è il caporedattore che media fra il direttore e la redazione e coordina l’intero processo di allestimento delle pagine. Quindi il segretario di redazione che svolge funzioni connettive all’interno della redazione sul piano tecnico e organizzativo. In redazione esistono poi di solito dei caposervizio che organizzano il lavoro ciascuno all’interno di una determinata sezione del giornale, leggono e “passano” gli articoli, fanno i titoli, scelgono le immagini… Tra i caposervizio c’è quello della cronaca cittadina che si chiama capocronaca. E alla fine i redattori che scrivono alcuni articoli, “passano” gli articoli degli altri redattori e dei collaboratori, titolano, scrivono le didascalie, “chiudono” le pagine prima di destinarle alla stampa…

Nell’organico di una redazione, almeno in quelle più grandi, ci sono inoltre dei corrispondenti da paesi stranieri e degli inviati che si recano sui luoghi in cui ci sono dei servizi da realizzare… E anche gli opinionisti che sono gli unici, oltre al direttore, a poter esprimere frontalmente il proprio pensiero rientrando perciò nella tipologia degli “enunciatori delegati”, vale a dire le figure alle quali la testata affida il compito di esprimere la linea politica e culturale…

Al di fuori di questo sistema esistono poi i collaboratori fissi, quelli saltuari e infine i free lance che si propongono sul mercato della notizia a più testati. Di solito, quando si comincia a scrivere per un giornale, ci si propone come collaboratore esterno: una buona maniera è quella di scrivere al caporedattore, o al direttore, proponendo degli articoli o delle interviste con un breve abstract. Ma non finisce qui. In un giornale ci sono poi delle figure professionali che si occupano dei contenuti visivi: il fotoeditor, il grafico, l’art-director… che collaborano fra di loro e con gli autori dei contenuti verbali. Per questo il direttore di una testata giornalistica viene definito il responsabile dell’”opera collettiva dell’ingegno”…

domenica 13 maggio 2007

Dalla civiltà orale a quella neomediale

Una vostra collega (o un vostro collega?) mi ha ricordato tramite un commento di inserire sul blog lo schemino che riassume le caratteristiche delle diverse civiltà mediali. Lo trovate a questo link ma per la prova intermedia possono bastare i concetti espressi nelle prime due colonne, vale a dire quelle relative alla civiltà orale e chirografica, ok? Vorrei sottolineare che queste caratteristiche, estrapolate sostanzialmente dagli studi di Walter Ong ed Eric Havelock, non si esauriscono con il passaggio da una fase all'altra ma permangono e si ripresentano magari a distanza di millenni.

Nella scrittura giornalistica, per esempio, troviamo diversi tratti distintitivi della civiltà orale: la ridondanza, l'incisività del lessico ed il ricorso all'iperbole, la struttura agonistica del racconto... Si scrive cioè con uno stile finalizzato, in qualche modo, a incidere nella memoria di chi legge, come avveniva prima della nascita della scrittura. Un'altra bella lettura al riguardo, anche se centrata più sull'estetica che non sulla lingustica, è "Remediation": un volume di D. Bolter e R. Grusin, (Guerini e associati editore 2002) che suggerisce un'idea fluida della nostra storia mediale, evidenziando le relazioni fra i media di epoche diverse (la televisione che "copia" la propria estetica dal teatro, internet che "copia" dalla carta stampata... e poi, invertendo il senso della storia, la carta stampata che "copia" da internet).

Come dire: nulla si crea e nulla si distrugge, fra le diverse civiltà della comunicazione non esistono degli steccati troppo definiti, la storia è fluida e a volte, andando avanti, si torna indietro nel tempo, si ritorna al futuro...

venerdì 11 maggio 2007

Informazioni alla fonte

Beh, presto (diciamo dopo la prova intermedia) dovremo cominciare a muoverci nel campo reale. In quello virtuale, attraverso le esercitazioni con i lanci d’agenzia o ritagli di giornale, ci siamo già avventurati… Sarà il caso invece di andarci a cercare le notizie nella realtà fattuale, recuperando stralci di discorso diretto nel colloquio con gli altri, estrapolando dal territorio che ci circonda quei ritagli di realtà che diventano notizie… Intanto mettiamo a punto il concetto di fonte: ne esistono, come dicevamo a lezione, di primo e secondo livello ma anche di dirette ed indirette. Vediamo: le prime non hanno bisogno di essere verificate, sono fonti istituzionali (per esempio il comunicato stampa di un ministero o di un ente locale) o di agenzia… Le seconde invece hanno bisogno di una verifica per non incorrere nella pubblicazione di notizie infondate. Le fonti dirette invece sono quelle alle quali il giornalista accede in prima persona, al contrario delle indirette che riferiscono al giornalista fatti o circostanze che non può verificare personalmente.

Fra le regole auree del giornalismo c’è quella di pubblicare una notizia riferita da una fonte di secondo livello solo se ce n’è almeno un’altra che la conferma. Vale sempre questa regola? No, a volte il giornalista deve rischiare se viene in possesso di informazioni importanti, che possono avere il valore dello scoop… A patto però di prendersi le responsabilità di quello che ne può conseguire: la notorietà oppure una querela…

Tra le fonti indirette di primo livello ci sono le agenzie che si dividono, come abbiamo detto in aula, in nazionali, internazionali o mondiali. Queste ultime sono soltanto quattro: la Associate press (Ap), la United press international (Upi), la Reuter e la France Press. Le prime due sono statunitensi, la seconda inglese e la terza francese. Da sole coprono l’80% dell’informazione nel mondo. Un bel problema di omologazione dei contenuti, no? Per questo segnalo sempre volentieri l’agenzia Misna, gestita dai padri missionari. Se volete approfondire, questo articolo spiega proprio l’originalità dei valori-notizia praticati da quest’organo di informazione.

giovedì 10 maggio 2007

Notizie di valore

Fra le migliaia di notizie che giungono ogni in redazione (attraverso i lanci d’agenzia, i comunicati stampa, le proposte dei collaboratori, la lettura degli altri giornali…) solo una piccola parte viene pubblicata. In base a quali criteri? Qui entra in campo il concetto di valore-notizia: una griglia convenzionale in base alla quale si cerca di misurare in maniera oggettiva l’importanza di un’informazione, la sua notiziabilità. Li riassumo brevemente:

  • la novità (ma perché allora ogni anno, in concomitanza di alcune scadenze, vengono ripubblicate sempre le stesse notizie come l’esodo estivo, la corsa agli acquisti di Natale…? Perché evidentemente ai lettori, oltre alle novità, piace riascoltare notizie già note, come fossero fiabe…)
  • la vicinanza, sia in senso fisico che culturale: un fatto che accade nel territorio in cui si stampa e distribuisce il giornale è più importante di uno che avviene lontano. Ma se dall’altra parte del mondo un italiano vince un importante regata velica quella notizia finisce su tutti i giornali. E se quell’italiano proviene da Cassino sul giornale locale avrà grandissimo rilievo
  • la dimensione: una tragedia che coinvolge 100 persone trova più spazio di una che ne riguarda solo due… anche se ormai anche decine di morti al giorno in Iraq non fanno quasi più notizia…
  • la comunicabilità: un evento si trasforma più facilmente in notizia se risponde a uno schema semplice
  • la drammaticità: ai lettori interessano notizie che procurano emozioni. Anche (o soprattutto…) se derivano da cattive notizie…
    la conflittualità: se c’è polemica, concorrenza, agonismo… la notizia diventa più interessante. Proprio per questo stiamo lavorando sullo schema canonico narrativo di Gréimas che individua, alla base del racconto, la presenza di un soggetto e di un antisoggetto in conflitto fra loro…
  • le conseguenze pratiche: il cambio di orario di un treno o l’aumento dei prezzi fanno notizia perché modificano nel concreto la nostra quotidianità
    l’idea di progresso: l’articolo su Roberto Vittori su cui abbiamo si giustifica perché esalta la scienza nazionale
  • gli interessi umani: un’azione di solidarietà, l’amore per gli animali (guardate questa storia che sta avvenendo in questo periodo in Germania), la sfera delle emozioni… sono temi che funzionano molto bene anche in televisione
  • infine il prestigio sociale: i vip, i politici, le persone di potere trovano sempre spazio sui giornali. Nel bene e nel male: pensate a quanto si è parlato durante le ultime settimane del cosiddetto scandalo di Vallettopoli…

Ma attenzione: questi non sono gli unici valori-notizia, sono quelli più riconosciuti. Fra i criteri che determinano l’uscita di una notizia ce ne sono anche altri, come la tempistica del giornale: una notizia che è importante per un quotidiano può non esserlo per un mensile… e viceversa. Il sociologo americano Herbert Gans ha individuato inoltre i “valori durevoli” della società statunitense. Un esempio? L’etnocentrismo: nel contesto esaminato da Gans le notizie che riguardano la comunità nazionale sono più importanti di quelle che provengono dal resto del mondo. Oppure l’altruismo democratico: gli articoli di denuncia, quelli che puntano a sanare un’ingiustizia sociale, sono sempre ben accolti dai lettori. Del resto ormai lo sappiamo… è dal punto di vista dei lettori che si valuta il valore di un’informazione… e proprio per questo, come ci siamo detti diverse volte, sono proprio i lettori in qualche modo a scrivere il giornale.

Un criterio più generale per determinare il valore di una notizia, di cui parla ampiamente il Papuzzi, riguarda il fatto che questa rappresenti uno stereotipo sociale (l’esodo per le vacanze di fine luglio) o lo smentisca (l’ultima squadra in classifica che batte la prima, un personaggio pubblico che si comporta in maniera deludente…). Ma c’è un altro libro nel quale si parla di valori notizia: è “Un giornalista quasi perfetto”, un delizioso volumetto di David Randall (caporedattore del quotidiano inglese The Independent). Un esempio che ci riporta all’argomento del nostro ultimo incontro, vale a dire le fonti (su cui torneremo con un altro post): l’importanza di una notizia dipende anche dalla fonte da cui proviene. «Un politico dell’opposizione può farvi sapere che il presidente sta per dare le dimissioni – scrive Randall – ma se ve lo dice il presidente stesso la notizia è ovviamente più forte». Mi sa che la prossima volta questo libricino lo presto a qualcuno…